Social voyeurismo: la morte di Mango

I social media sono un’arma di comunicazione formidabile, così come una terribile sciagura.

Nulla di nuovo sotto il sole, direte voi. Non è un’analisi così profonda, in effetti. Però questa frase, gira e rigira nella mia testa da un paio di giorni, guadagnando un peso sempre maggiore, in particolare da quando ho appreso della notizia della morte del cantante Mango.

Non sono mai stato un convinto oppositore dell’utilizzo dei social media (anzi!), ma in questa precisa occasione, sono arrivato a chiedermi se è lecito ciò che è avvenuto. Il cantante è mancato praticamente durante un concerto. Un malore, mentre si stava esibendo, l’ha fatto accasciare, chiedere scusa e poi, lasciarsi svenire. Di lì, la corsa all’ospedale, la conferma del decesso. La tristezza nei suoi fan, ma anche un po’ in tutti noi.

Potete immaginare che, in un concerto che si tiene nel 2014, con la diffusione di smartphone+social media crei praticamente un regime di informazione totale, senza ‘buchi’: il concerto è quasi live e condiviso in maniera massiccia.

Quello che mi chiedo io è: era proprio necessario pubblicare il video in cui Mango accusa il malore, chiede scusa e poi si accascia? Era necessario sbattere un momento così triste in rete, come se fosse il documento del secolo? Cosa frullava nella testa di chi era lì al concerto? Stava riprendendo per postare poi le sue canzoni preferite e il fatto che sia morto lì, sotto i suoi occhi, non ha cambiato di una virgola lo scopo delle riprese.

Inoltre, alcuni telegiornali (faccio un gran regalo alle loro menti con questa definizione, ma sorvoliamo) hanno addirittura utilizzato le immagini prese dalla rete per dare alla notizia, già sconvolgente di suo, un tono se possibile ancora più tragico, in una spirale estrema di social voyeurismo, di malattia mentale da cui un giorno, qualcuno, ci dovrà curare.

Non faccio la morale a nessuno, non ho il potere per farlo e non è mia intenzione eleggermi a supremo giudice di niente. Però, per pudore, certe scene non le avrei mai pubblicate, avrei cercato di resistere all’irrefrenabile impulso di diventare ‘conosciuto’ su Youtube per aver postato ‘la morte in diretta di un cantante famoso‘. Fra l’altro, uno di cui i media (specializzati e non) si erano dimenticati da tempo, calcolandolo come il 2 di bastoni per poi, fare oggi speciali, interviste, servizi…

Invece, uno schifo.
Decine di video amatoriali e in alcuni casi anche meno ‘casalinghi’, postati su Youtube, in molti ricevono oltre 100mila views (ciascuno). Centinaia di migliaia di occhi alla ricerca della morte in diretta, come esplicitamente dicono i titoli di queste oscenità, di queste violazioni di una dimensione privata, senza ritegno, nella tremenda fine di una persona dolce, di un poeta. Di uno che mentre si sta sentendo male, chiede scusa al suo pubblico e lo lascia per sempre.

Lo stesso pubblico che poco dopo, sbatte la sua fine sul web, taggandola con crudezza stile ‘leap of faith’, dimenticandosi di chi era Mango. Certo, in molti diranno che lo fanno per ricordarlo…troppo facile. La risposta è quella sbagliata, e lo sanno bene.

Come dicevo, i social media sono un’arma formidabile. Qualcuno ha deciso di usarla nel peggior modo possibile.

Io, che ogni tanto ascoltavo 2 o 3 dei suoi pezzi più famosi anche nel mio lettore mp3, ho immediatamente pensato ai miei viaggi d’estate con i miei e mio fratello, in macchina, sotto il sole cocente diretti al mare, in polverose giornate di agosto…con questa canzone in audiocassetta che ci faceva da colonna sonora.

Addio Mango.

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